CENNI STORICI
Premessa
La nostra indagine su Rogge e mulini tra ‘800 e ‘900 si colloca all’interno del vasto panorama di studi sui mulini idraulici, terreno privilegiato per mettere a tema il rapporto tra popolazione, lavoro e territorio sia dal punto di vista antropologico e culturale che da quello materiale e istituzionale.
Il passaggio ‘800-‘900 coincide con una fase di grandi trasformazioni nell’esperienza umana. Con l’età dell’industrializzazione sono stati profondamente modificati e, per molti aspetti, rivoluzionati assetti ed equilibri le cui linee di fondo si erano definite a partire dall’altomedievo.
La nostra ricerca, d’altra parte, ci ha permesso di verificare che fra gli scenari del mondo produttivo preindustriale e industriale non esistono solo elementi di contrasto, ma anche fattori di continuità. Per situare questo fenomeno in un contesto adeguato premettiamo alle sezioni descrittive della nostra ricerca specifica un breve excursus storico.
Le origini
Invenzione antica, il mulino ad acqua è medievale dal punto di vista della sua effettiva affermazione (M. Bloch).
La macchina-mulino, primo motore meccanico ad apparire nella storia dell’uomo, è invenzione romano-ellenistica (III-II sec. a.C.), ma la sua diffusione e l’articolazione delle sue funzioni è un fenomeno medievale ed europeo.
Il mulino idraulico nel volgere di un millennio risalirà l’intero continente da Creta (IV secolo) all’area scandinava (XIV secolo), con scansioni temporali pressoché regolari. Nel IV secolo è documentato a Creta, dal IV al V secolo nell’area francese e dell’Italia settentrionale. Dall’VIII secolo, dopo una fase di stasi corrispondente al periodo centrale delle invasioni barbariche, il mulino ad acqua si insedia in area sassone, per raggiungere la Gran Bretagna nei due secoli successivi. Dal XII secolo la sua presenza si espande dalle coste baltiche all’area danubiana, interessando la Danimarca e la Germania centrale. La conquista della Scandinavia sarà preceduta, nel XIII secolo, dall’insediamento dei primi mulini in Islanda.
Le trasformazioni innescate da tale fenomeno sono tali da indurre molti storici a parlarne come di una sorta di rivoluzione industriale antelitteram. Il mulino idraulico, infatti, usato prima per la molitura dei cereali, è diventato in seguito anche motore primario per molteplici specializzazioni in tutte le manifatture dipendenti dall’energia dell’acqua.
Per avviare questa storia non è bastata però la disponibilità del mero fattore tecnico, che era già conosciuto nell’antichità romana. Si sono dovute verificare altre condizioni, tra le quali, innanzitutto, l’erosione progressiva dell’istituto della schiavitù. Finché la schiavitù fu considerata istituzione "naturale", il mulino azionato da schiavi era molto più conveniente, in quanto l’energia muscolare non costava nulla. Al crollo di tale istituto sociale, su cui si fondavano tutti gli assetti produttivi del mondo pagano antico, contribuirono, già a partire dall’età tardo-antica fenomeni strettamente connessi tra loro: la nuova esperienza e concezione di umanità portata dal cristianesimo, il crollo dell’offerta di manodopera servile seguito alla crisi dell’impero romano e, più tardi, l’avvio di una nuova koinè tra latini e germani, nelle cui società nomadi e claniche la schiavitù era debolmente presente.
La fortuna medievale del mulino procede di pari passo alla formazione stessa dell’Europa politica e sociale, realizzatasi fra VI ed XI secolo come sintesi fra la capacità militare dei popoli germanici, i grandi latifondisti gallo-romani e l’eredità culturale, giuridica e tecnica di provenienza greco-romana.
La diffusione del mulino idraulico nell’occidente medievale avviene tra X e XI sec. con la fondazione delle grandi abbazie, le estese opere di bonifica e la definizione di una rete stabile di canali. Anche il feudalesimo e il privilegio del banno per la molitura dei cereali nei mulini signorili danno un contributo alla sua affermazione: i feudatari forniscono gli impianti, ne curano la manutenzione, garantiscono la presenza del mugnaio - una delle prime specializzazioni a comparire nella storia della civiltà occidentale - mentre le popolazioni sono vincolate a utilizzare tali mulini, cedendo parte del macinato o del suo valore.
Mulino e territorio
Per più di un millennio la macchina-mulino ha dominato il mondo, umanizzato la natura e le attività produttive. Per il costo e la complessità degli apparati e per la continua necessità di manutenzione, il mulino preindustriale occupava una nicchia tecnologica paragonabile a quella coperta oggi dalle centrali elettriche. La stessa rinascita artigianale del medioevo risulta legata alla sperimentazione e alla diffusione, a partire dalle grandi abbazie, di attività e di specializzazioni - fornaciai, fabbri, falegnami, carpentieri e conciatori - che utilizzavano energia idraulica e che diedero origine a nuove macchine collegate quasi sempre all’apparato motore primario del mulino per i cereali.
Siamo abituati ad associare all’industria otto-novecentesca la ciclopicità dei macchinari, ma già in età medievale non è improprio parlare di gigantismo. La macchina-mulino, anche nella sua forma più originaria e rozza non è infatti identificabile con il solo meccanismo e con il fabbricato che lo contiene. E’ piuttosto un complesso costituito da più parti strettamente interdipendenti per il suo approvvigionamento energetico e la taratura della propria dotazione idraulica. Si pensi all’uso delle macchine idrauliche per il trasporto dei materiali. Le fabbriche delle cattedrali romaniche e gotiche, ad esempio, richiesero una serie di infrastrutture molto influenti nella definizione dell’habitat e del paesaggio: cantieri ramificati, che includevano cave di pietra, depositi e fabbriche di mattoni, foreste con alberi di alto fusto, strade, canali, ponti e stazioni di posta, carri e chiatte. Se la grandezza dell’industria moderna è essenzialmente verticale (fabbricati, torri , ciminiere…), percepibile a colpo d’occhio , il mulino preindustriale possiede una grandezza tutta orizzontale, le cui estremità o confini sono invece inafferrabili a colpo d’occhio; esso è indisgiungibile dal paesaggio, sintesi di umanità, lavoro e natura. Solo con la fase pionieristica delle ferrovie – prima metà dell’ottocento – si verificherà una profusione di infrastrutture tra loro connesse paragonabile, per estensione delle aree coinvolte e per impatto sul territorio, a quella della macchina-mulino.
Valenza simbolica
L’evoluzione medievale del motore ad acqua procederà, oltre che su scala territoriale, anche su una scala architettonica, con l’identificazione del mulino
come un nuovo polo simbolico, un luogo della forza che verrà assumendo, come l’acqua delle fontane e il fuoco dei forni, un significato aggregativo, costruttivo e rappresentativo nella quotidiana vita di relazione delle comunità umane.
Un’età di grandi trasformazioni e di insospettate continuità
Il quadro descritto rimase pressoché invariato sino al primo ottocento. Molteplici e di varia natura furono i fattori di rottura e di trasformazione. Innanzitutto con il periodo napoleonico e la diffusione dei codici civili finì il possesso pubblico dei mulini, già passati dalla proprietà signorile, ecclesiastica e laica, a quella comunale, e iniziò la loro privatizzazione. Le politiche di disboscamento prima e la pratica sistematica delle bonifiche poi iniziarono a sguarnire il territorio di risorse ritenute sino ad allora inesauribili.
Con la Rivoluzione Industriale lo scenario tecnologico è destinato rapidamente a cambiare. Sino all’età dei Lumi era stato il regno vegetale a fornire la principale materia prima trattata dalle macchine (legno, funi, tessuti, alimenti). Ora si impongono nuovi materiali - soprattutto ferro - e nuove produzioni.
D’altra parte nella fase storica che si sta aprendo si notano anche fattori di continuità. Nell’ubicazione delle nuove industrie si privilegeranno, ad esempio, gli stessi siti delle attività precedenti, si sfrutteranno gli stessi antichi diritti di derivazione d’acqua. Si assiste così ad una fase di sovrapposizione nella definizione del nuovo paesaggio produttivo, nella quale mulini ed opifici idraulici già esistenti costituiranno il principale supporto su cui verranno innestandosi nuovi tipi di lavorazioni. Non sorprende, di conseguenza, che in questa fase evolutiva il mulino rappresenti quasi un luogo d’incubazione per l’innovazione tecnologica destinata a soppiantarne in breve tempo il millenario monopolio energetico. All’origine dei grandi imperi economici e di quella stessa industria pesante europea che domina l’economia dell’ottocento e del novecento prebellico troviamo così, in molti casi, mulini di campagna e piccole fucine idrauliche.
Anche quando, con l’adozione dell’elettricità su vasta scala, si ebbe la vera svolta nei sistemi di produzione di energia, gli antichi motori idraulici rivelarono, per l’ultima volta, quella versatilità e flessibilità produttiva che aveva garantito il loro millenario monopolio. L’elettricità, infatti, venne prodotta dapprima a livello locale adattando ambienti all’interno degli stessi impianti di macinazione.
I mulini ad acqua come reperti di archeologia preindustriale e industriale
Nel corso del novecento il mulino è uscito gradualmente ma inesorabilmente dagli scenari delle attività produttive ed è diventato un deposito della memoria, testimonianza di sapienza tecnologica e di capacità "ecologica" delle generazioni che ci hanno preceduto e appello alla nostra responsabilità nella gestione e nella ricerca di modelli equilibrati di sfruttamento delle risorse naturali. La consapevolezza di questa valenza educativa del mulino si è tradotta in molti casi - alcuni documentati anche dalla nostra ricerca - in forme istituzionali. Fabbricati di antichi mulini sono diventati musei, scuole, centri di ricerca gestiti da enti pubblici o privati. La disponibilità di siti, l’interesse e la disponibilità di singoli e di associazioni per investimenti culturali e creativi su questi luoghi aprono ulteriori spazi alla progettazione e alla proposta di soluzioni innovative.