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Introduzione

Il simbolo

Il simbolo della casa


Il simbolismo della casa

Il cambiamento del modello cosmologico

 

 

Il simbolo della casa

Un suggerimento sintetico dalla filosofia e dalle scienze umane:
Lo spazio abitativo dell’uomo come spazio simbolico

M. Heidegger, negli Holzwege, I sentieri interrotti, commenta il noto aforisma di Hölderlin – Poeticamente l’uomo dimora sulla terra – dicendo che l’uomo o dimora poeticamente o non dimora affatto. Da qui partiamo per introdurre la nostra indagine sul significato della casa; prendendoci una licenza, noi diremo: simbolicamente l’uomo dimora sulla terra.

“Ethos antròpo dàimon”
La dimora dell’uomo è il divino.
Eraclito, VI s. a.C

Per cominciare, un aneddoto: Eraclito e i suoi visitatori.
Aristotele, nel De partibus animalium, racconta: “Una volta…alcuni uomini si misero in viaggio mossi dal desiderio di conoscere Eraclito. Quando arrivarono nella sua casa, trovarono il filosofo seduto in cucina che si stava riscaldando di fronte alla stufa. Alla vista di ciò …esitarono , forse si aspettavano di trovarlo assorto nella contemplazione del cielo oppure rapito nella meditazione, di certo non pensavano di trovarlo occupato in attività così banali. Eraclito, vedendoli perplessi e esitanti, disse agli avventori:” Entrate. Non abbiate paura. Anche qui vi sono Dei.” “
Cit. da P. Terenzi, Hannah Arendt ,Il senso comune e l’inizio della filosofia, Casa Ed. Leonardo da Vinci, 1999, p 11


Nell’ideazione, nella costruzione, nell’uso della casa, nella valenza metaforica assunta dal termine stesso – casa - in una pluralità di ambiti linguistici – dalla filosofia alle scienze , dalla medicina all’architettura - diviene prepotentemente evidente una dinamica presente in tutti i tentativi e i gesti umani: porre il frammento della propria esperienza attuale nell’orizzonte della totalità. Il racconto di Aristotele è assai suggestivo: anche il dimorare nella quotidianità e nella prosaicità delle occupazioni implica una familiarità con il divino, con la totalità del significato.

Familiarità con il divino: “L’umanità, in qualunque momento della sua traiettoria storica, teoricamente o praticamente ha cercato di capire il rapporto che intercorreva tra la propria realtà contingente, il proprio punto effimero e il senso ultimo di esso; ha cercato di immaginare e vivere il nesso tra il proprio effimero e l’eterno”
(L. Giussani All’origine della pretesa cristiana, Jaca Book, p33)

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Il simbolo -
Il simbolo nella conoscenza-
Nel corso del ‘900 filosofia, antropologia filosofica e culturale, psicologia del profondo, storia delle religioni e etnologia hanno contribuito a chiarire da punti di vista disciplinari differenti, ma singolarmente convergenti nei risultati essenziali, il ruolo decisivo delle immagini e dei simboli nella conoscenza e nella prassi. La riscoperta del valore conoscitivo autonomo di miti, immagini e simboli ha aperto interessanti piste di ricerca per la formulazione di un nuovo umanesimo e di una nuova antropologia all’altezza delle sfide proprie dell’età contemporanea, caratterizzata dall’emergere di soggetti storici non solo europei ed occidentali.
Il
linguaggio immaginifico- simbolico ha infatti una forte valenza interculturale sia in senso etnogeografico che in senso cronologico, perché è universale: il bisogno di immagine e simbolo è presente nel cuore dell’ uomo di ogni epoca e di ogni luogo e viene organizzato secondo una grammatica e una sintassi costanti.

Simbolo: Etimologia Da lat symbolus, symbolum, dal greco sumbolon, “accostamento”, “segno di riconoscimento”, derivato dal verbo sumballo, “mettere insieme, far coincidere”. Significato: simbolo è qualsiasi elemento – segno, gesto, oggetto, animale, persona – atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso.
(Dizionario Treccani)

Immaginazione - immagine. “Avere immaginazione significa godere di ricchezza interiore, di un flusso ininterrotto e spontaneo di immagini. Spontaneità, però, non significa invenzione arbitraria. Sul piano etimologico, “immaginazione è solidale con imago, “rappresentazione, imitazione” e con imitor , “imitare, riprodurre”. Per una volta l’etimologia riecheggia sia le realtà psicologiche che la vita spirituale. L’immaginazione imita dei modelli esemplari – le immagini – li riproduce, li riattualizza, li ripete incessantemente. Avere immaginazione è vedere il mondo nella sua totalità, giacché è potere e missione delle Immagini mostrare tutto ciò che è refrattario al concetto”. (Mircea Eliade, Immagini e Simboli, Jaca Book, Milano 1980 . p 22)

“..Il simbolo…è strumento di conoscenza non discorsiva, incomparabilmente superiore alla conoscenza discorsiva; ed è anche tramite di energie cosmiche…per chi sappia farlo risuonare nel proprio “cuore”.
Nel mondo greco si definiva symbolon – dal verbo symballein, “mettere insieme, connettere, ridurre a unità di significato” – un oggetto scomposto in due parti, fatto di argilla, di legno, o di metallo: una piccola immagine, un anello, un dado, un’impronta di sigillo, che si doveva ricomporre affinché acquistasse il suo significato e fungesse da segno di riconoscimento. Amici personali o soci d’affari, creditori e debitori, pellegrini o persone tra loro legate da altri motivi, lo spezzavano in due quando dovevano partire; e soltanto ricomponendone i due frammenti, margine a margine, avrebbero potuto in seguito riconoscersi o riconoscere in qualunque momento i propri inviati.
Analogamente il processo simbolico “separa” ma nello stesso tempo “unisce”, serve a riconoscere, attestare e garantire un rapporto con l’ ”altro”: ciò è possibile perché le varie realtà sensibili che si simboleggiano a vicenda (per esempio il gallo e il sole) rinviano a realtà non sensibili, le quali sono l’oggetto simboleggiato per eccellenza, ma non simboleggiante.”
A Cattabiani, Volario, Mondadori, Milano 2000, pp 5-6

Simbolo. Per un approfondimento.
Il termine “simbolo” deriva dal greco symbolon, che designa in origine, un segno di riconoscimento ottenuto spezzando un oggetto in due frammenti. Due persone che, allontanandosi, volessero conservare una traccia o una prova del loro rapporto, potevano trattenere ciascuna una parte dell’oggetto. Quando poi si fossero riviste (oppure i loro eredi o i loro emissari avessero avuto occasione di reincontrarsi) avrebbero potuto riunire i due frammenti, a ricordo e testimonianza delle relazioni che le avevano legate. Platone, nel Simposio (190-191), narra un mito secondo il quale Zeus, per punire gli uomini, li avrebbe tagliati in due parti, senza mai più ricomporli. Da allora, scrive il filosofo, ognuno è symbolon di un uomo: è la metà mancante di una totalità della quale va in cerca.
[…] Va […] segnalato che l’etimologia consente già di indicare alcuni tratti del simbolo che, nei secoli successivi, saranno valorizzati. Il primo è il rinvio ad altro: l’oggetto simbolico prende senso nel momento in cui lo si considera di per sé insufficiente, lo si intende come parte di qualcosa che sta altrove e a cui esso rimanda. Il simbolo, scrive U. Galimberti, “evocando la sua parte corrispondente, rinvia ad una determinata realtà che non è decisa dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un intero”. Un secondo tratto è il carattere unificante: il simbolo concilia le differenze, mette in comunicazione, media realtà diverse, eterogenee, anche contrastanti. È stato messo in evidenza come il suo opposto sia il termine diabolos, che, in qualità di aggettivo, significa “calunnioso”, “denigratore”, “mendace” e in qualità di sostantivo maldicente, calunniatore e, quindi, diavolo.
Natale Spineto, I simboli nella storia dell’uomo, Jaca Book, Milano 2002.

Nel nostro studio vogliamo esemplificare alcuni elementi di questo codice simbolico universale presenti nell’esperienza dell’abitare propria dell’uomo e delle società preindustriali.
La nostra ricerca, però, non ha un’intenzione archeologica. Al contrario intendiamo suggerire un’ipotesi di lettura per il presente. Le complesse trasformazioni legate alle rivoluzioni scientifiche e industriali e alla secolarizzazione dei costumi non hanno cancellato questa grammatica simbolica, perché essa riflette una disposizione permanente del soggetto umano . Le dinamiche simboliche presenti nell’esperienza dell’abitare propria dell’età antica, medievale e primo-moderna, infatti, non scompaiono neppure nelle società industrializzate contemporanee. Esse sono presenti anche nell’attuale esperienza abitativa, per quanto mascherate o degradate, o espresse in forme non immediatamente riconoscibili. La loro decifrazione, oltre che chiarire a noi stessi la nostra esperienza, potrebbe anche costituire un importante contributo per il dialogo interculturale. Forme culturali, che , giudicate da un punto di vista occidentale, appaiono arcaiche, sono invece attuali per chi proviene da società legate ad altri modelli.

Società industrializzate contemporanee: “Una fortunata congiunzione temporale… ha fatto riscoprire all’Europa occidentale il valore gnoseologico del simbolo…oggi si sta comprendendo una cosa di cui il XIX secolo non poteva avere nemmeno un presentimento, ovvero che il simbolo, il mito, l’immagine appartengono alla sostanza della vita spirituale, che è possibile mascherarli, mutilarli, degradarli, ma che non li si estirperà mai… Lo studio dei simbolismi non è un lavoro di pura erudizione… esso interessa…la conoscenza dell’uomo stesso…esso ha da dire la sua là dove si parla di un nuovo umanesimo o di una nuova antropologia” Mircea Eliade , Immagini e simboli, Jaca Book, Milano 1980 pp 14-15; 22-23.

Dialogo interculturale: “Dallo studio della logica simbolica nell’arte medievale si diventa “più consapevoli di appartenere ad una umanità che trascende la diversità di razza e di cultura; l’uomo, prima che essere sociologicamente, etnicamente e culturalmente determinato, esiste come creatura ed afferma la sua fratellanza con gli altri uomini riconoscendo ed esprimendo sia pure in forme diverse il medesimo rapporto che lo lega al Creatore” “( G. de Champeaux e Sébastien Sterchx, I Simboli del medioevo, Jaca Book, Milano 1981, e pp 7-8)

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Il simbolismo della casa –
Casa-cosmo.

La riscoperta del valore esistenziale e cognitivo del linguaggio simbolico ha reso possibile una comprensione più profonda dell’esperienza dell’abitare. Prendere possesso di uno spazio, fondare e costruire una casa (cosiccome una città) abitarla sono atti attraverso i quali gli uomini hanno sempre cercato di orientarsi nella realtà, di riconoscere ed esprimere un nesso tra la propria condizione, il proprio hic et nunc e la totalità dell’essere esistente. L’uomo, infatti, nella costruzione e nell’uso della sua dimora ha sempre cercato di mettersi in relazione con la totalità del creato, attribuendo un significato cosmico alla casa e un significato ‘domestico’ al cosmo stesso.

Creato:
“La contemplazione della volta celeste cosparsa di stelle è sempre stata un punto di partenza di ogni percezione simbolica da parte dell’uomo: l’intuizione di un ordine cosmico aperto all’infinito, corrisponde al desiderio intimo del cuore. Inoltre la luminosità delle stelle invita l’uomo alla percezione di una benevolenza e di una positività nei confronti dell’oscurità del cielo che evoca forze malvagie e suscita paura.” (Dizionario Piemme. Simboli voce stelle)

“L’uomo è un frammento di materia cosmica cosciente, per questo è capace, per tentativi, di costruirsi in esso una dimora. La casa è un suo prodotto, come gli oggetti dei quali si serve quotidianamente. Il suo fabbricare, tuttavia, per essere in armonia col cosmo opera divina, deve rispondere costantemente ad un criterio fondamentale: “Mentre il ciclo della creazione parte da Dio – ha scritto un architetto, monaco benedettino olandese del nostro tempo, Dom van der Laan – il ciclo del nostro fabbricare non ha il suo inizio nel nostro intelletto, ma nella natura creata, dalla quale attingiamo la materia limitata e la gamma limitata delle forme e delle grandezze, inizialmente. Il nostro intelletto viene reso attivo in primo luogo dalla percezione delle cose naturali; è poi reso attivo anche dalla percezione delle cose che costruiamo noi. Ma le forme della natura restano sempre il punto di partenza oggettivo del nostro fabbricare”.
Il misterioso movimento circolare tramite il quale la capacità di comprensione del senso del mondo, da parte dell’uomo, evolve tramite la costruzione della sua dimora e dei suoi oggetti, è analogo, ci dice ancora van der Laan, alla grande immagine del “ciclo della creazione stessa, in cui il Creatore trova la propria gloria in tutto ciò che Egli ha creato”.
Maria Antonietta Crippa, La partenza oggettiva per abitare la lucente sfera del cosmo pannello della mostra Di luce in luce, Como, aprile 2002

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Il simbolismo della casa –
La ricerca del centro e la fondazione di un mondo.

L’atto del costruire, le tecniche utilizzate , le forme dell’abitare rivelano la domanda fondamentale - “Chi sono io? Che cosa è il mondo? Qual è il mio posto nella realtà? Qual è il destino di tutte le cose? - e il tentativo di trovare risposta. Queste domande diventano più intelligibili se si riconosce in esse il tentativo dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le civiltà di situarsi al centro della realtà e di attingerne il significato ultimo. Nella seconda metà del ‘900 le ricerche di M. Eliade hanno documentato in modo imponente la presenza di queste dinamiche nelle società arcaiche e tradizionali. Già l’atto preliminare ad ogni impresa costruttiva, l’orientamento nello spazio, è vissuto come imitazione di una cosmogonia. La divisione dello spazio in quattro orizzonti equivaleva alla fondazione del Mondo. Il passaggio “dal caos al cosmos” avveniva rompendo l’omogeneità dello spazio, conquistando un “Centro” attraverso l’incrociarsi di due linee diritte e la proiezione dei quattro orizzonti nelle quattro direzioni cardinali.

Cosmogonia:” La presa di possesso di un territorio sconosciuto o straniero, l’installazione di un villaggio, la costruzione di un santuario o semplicemente di una casa, rappresentano altrettante ripetizioni simboliche della cosmogonia” (M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Jaca Book, Milano 1988, p67)

La casa imago mundi
La casa, come il tempio, diventa così imago mundi. Lo spazio della casa diventa partecipe dello spazio sacro, perché il cosmo è opera divina. La comunicazione con il livello cosmico avviene attraverso elementi funzionali di apertura (v. camino) che assumono il significato di Axis mundi.

Iamgo mundi: Abitazione, imago mundi “ In tutte le società tradizionali, cosmizzare uno spazio equivale a consacrarlo, perché il Cosmo, essendo opera divina, è sacro nella sua stessa struttura. Vivere in un Cosmo significa, prima di tutto, vivere in uno spazio santificato, che offre la possibilità di comunicare con gli Dei […] La cosmizzazione si lascia percepire nella struttura stessa della dimora…Presso i nomadi, il paletto che sostiene la tenda è assimilato all’Asse cosmico; presso i sedentari, questo ruolo è assunto dal pilastro centrale o dal buco di evacuazione del fumo. Abbiamo qui a che fare con il simbolismo del “ Centro del Mondo”……il territorio occupato, la città o il villaggio riproducono l’universo… anche la casa diventa una imago mundi grazie all’orientamento rituale e al simbolismo del Centro” (M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Jaca Book, Milano 1988, p 68)

L’omologia casa-corpo-cosmo

In questo codice simbolico esiste un termine medio tra casa e cosmo. Si tratta del corpo umano. La casa , come il tempio, rappresentava allo stesso tempo il cosmo e il corpo umano. La simmetria casa-corpo-cosmo è documentata in una molteplicità di testi di svariate epoche e tradizioni. La comparazione tra la testa umana e il cosmo sferico fatta da Platone nel Timeo (44 D ss.), ad esempio, è familiare a tutto il mondo antico. Di questa omologia, peraltro, restano vistose tracce nel lessico architettonico e fisiologico; così nella medicina indiana, si parla del respiro come “pilastro”. In modo analogo nella letteratura latina Ovidio usa l’espressione “viscere della terra”. Nello stesso linguaggio corrente utilizziamo metafore architettoniche per parlare del nostro corpo (v. colonna vertebrale, i muscoli come tiranti…) o corporee per indicare parti della casa (v. lo scheletro, corpo, cuore della casa). Nella letteratura moderna europea, Il Romanticismo tedesco ha riscoperto e rivissuto questo nesso, arrivando a indicare lo scopo della fisiologia nella scoperta della simmetria esistente tra le leggi della cosmologia, dell’architettura e del mondo organico.


Uomo centro del mondo


Uomo cosmico

(riproduzione di tavole al tratto da G. de Champeaux, I simboli del medioevo, Jaca Book, Milano 1981, pp 251,412)

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Il cambiamento del modello cosmologico
Concludiamo queste note con alcune pagine di C. S. Lewis, che mettono a tema in modo assai suggestivo il cambiamento del modello cosmologico e della stessa rappresentazione dell’universo nell’immaginario collettivo, legate alle rivoluzioni scientifica e industriale e alle problematiche culturali aperte dalla modernità.

Mentre , infatti, esiste una sostanziale continuità tra il mondo antico, mondo medievale e primo-moderno nella rappresentazione dell’universo come spazio “domestico” , nell’età moderna e contemporanea si afferma una concezione problematica della relazione tra io e mondo e si modifica profondamente lo stesso concetto di sapere e di esperienza.

Esperienza: ” L’esperienza, nel suo senso antico e medievale, non era riconducibile ad un unico principio di conoscenza e ad un unico soggetto conoscente. Da una parte c’era il nous o l’intelletto agente, dall’altra parte il senso comune aristotelico e la vis aestimativa della psicologia medievale. Come ha osservato giustamente Giorgio Agamben ‘ la grande rivoluzione della scienza moderna non consistette tanto in un’allegazione dell’esperienza contro l’autorità […], quanto nel riferire conoscenza ed esperienza ad un soggetto unico, che non è altro che la loro coincidenza in un punto archimedico astratto: l’ego cogito cartesiano, la coscienza’.” G. Dalmasso, Immagini dalla scienza, Il Nuovo Areopago, n.2, p 109, Bologna CSEO ed. 1982

Un’ipotesi da verificare-

Non è affatto nostra intenzione addentrarci in tematiche gnoseologiche così complesse. Qui ci interessa piuttosto notare che anche queste trasformazioni di mentalità non hanno cancellato la grammatica simbolica dell’abitare di cui abbiamo voluto dare qualche esemplificazione a titolo introduttivo. Se da una parte sono evidenti le differenti condizioni storiche ed esistenziali dell’uomo e delle società contemporanee rispetto a quelle preindustriali, dall’altra sono riconoscibili significative analogie o permanenze. L’architettura, in particolare, non ha mai dimenticato la sua vocazione “cosmogonica”, né la simmetria uomo-casa-cosmo; “si è soltanto sostituita l’immagine archetipica della cosmologia antica e medievale con una formula estetica e matematica” (Mircea Eliade, I Riti del costruire, Jaca Book, Milano 1990, p 95).

Uomo arcaico/uomo moderno - “Ciò che differenzia la vita dell’uomo arcaico dalla vita dell’uomo moderno è la coscienza antropocosmica e la partecipazione a ritmi cosmici, che scompaiono nell’Europa urbana al momento delle rivoluzioni industriali. L’uomo moderno è il risultato di una lunga guerra di indipendenza di fronte al Cosmo. Egli è riuscito in verità, a liberarsi in buona parte dalla dipendenza in cui si trova entro la Natura ma ha conquistato questa vittoria al prezzo del suo isolamento nel Cosmo. Agli atti dell’uomo moderno non corrisponde più nulla di cosmico; e meno ancora agli oggetti da lui fabbricati.
La casa dell’uomo arcaico non era una macchina per abitare ma come tutto ciò che lui immaginava o faceva, era un punto di intersezione tra più livelli cosmici. Riparandosi in una casa, l’uomo arcaico non si isolava dal Cosmo ma, al contrario, andava ad abitare proprio al suo centro. La casa infatti era essa stessa una imago mundi, una icona dell’intero cosmo” (M. Eliade, I riti del costruire , Jaca Book, Milano 1990, p 93) –